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Gruppi di lavoro diversificati (diverse team): come renderli efficaci



Il gruppo di lavoro è da decenni oggetto di particolare attenzione sia da parte di ricercatori che di manager che ne devono garantire l’efficacia all’interno delle organizzazioni.
Negli ultimi tempi ha acquistato un peso rilevante il tema della diversità, cioè capire se e perchè un team costituito da uomini e donne, da persone con background diversi (percorsi di studio e di lavoro, età, orientamento sessuale, etnia o religione) rendano meglio rispetto a quelli costituiti da persone con caratteristiche omogenee.
E’ infatti noto che, da un punto di vista psicologico, lavorare con persone uguali a noi (per esempio stesso titolo di studio, età, genere) risulti in generale più semplice e immediato rispetto a una collaborazione con qualcuno con cui non abbiamo niente in comune. Inoltre, questo abbassa notevolmente il rischio di conflitti.

Però, studi recenti hanno evidenziato che:

  • durante un periodo di osservazione di 2 anni, le aziende con più donne avevano maggiori probabilità di introdurre innovazioni radicali sul mercato;
  • le imprese con leader culturalmente diversi avevano maggiori probabilità di sviluppare nuovi prodotti rispetto a quelli con una leadership omogenea.
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Whistleblowing: dopo la legge cambiamo la cultura!



Mercoledì 15 novembre è stata approvata in parlamento la legge sul whistleblowing
Disposizioni per la tutela degli autori di segnalazioni di reati o irregolarità di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro pubblico o privato, che prevede la tutela per i dipendenti che denunciano reati o irregolarità nelle imprese in cui lavorano (pubbliche private o partecipate), sia dell’identità quando l’indagine è in corso sia da eventuali ritorsioni, mobbing o licenziamenti.

La casistica delle irregolarità è piuttosto ampia, come abbiamo modo di verificare spesso sui media: si va dai casi di corruzione (tangenti, uso di fondi aziendali per scopi personali), alla spinta ai dipendenti bancari affinchè convincano i clienti a investire su titoli tossici, passando per la manomissione dei software che rilevano le emissioni inquinanti e una serie di comportamenti più lievi ma comunque illeciti.

Cosa cambierà con la legge? e, soprattutto, è sufficiente una legge per inibire comportamenti illeciti sul posto di lavoro?

Per scoprirlo, andiamo un po’ a vedere cosa succede nei Paesi che sono più avanti dell’Italia, come Regno Unito e USA, dove è addirittura previsto un compenso per i whistleblower.

Ostacoli alle denunce

Come sottolineano diversi studi apparsi su Harvard Business Review, per esempio Mayer (2016) e Rajgopal (2017), chi denuncia irregolarità nell’organizzazione in cui lavora, spesso subisce punizioni o ritorsioni, non solo nella società di appartenenza, ma anche quando tenta di trovare un impiego da un’altra parte.

Inoltre, si sa poco o nulla su come le aziende rispondono internamente alle denunce, perchè sono abbastanza restie a comunicare all’esterno le modalità specifiche con cui avviano le indagini, dopo la segnalazione di un loro dipendente.

Infine, molti manager lamentano il fatto che la maggior parte delle segnalazioni siano solo sciocchezze. Respingere queste preoccupazioni, però, è un errore, perchè i dipendenti sono, in realtà, spesso in grado di cogliere un singolo frammento di un problema ben più grande e diffuso.
Questa tendenza del management a ignorare singole denunce rafforza una cultura del silenzio, in quanto i dipendenti si sentono in dovere di presentare casi di illeciti solo quando hanno delle prove verificabili. Il che, alla fine, si traduce in un numero inferiore di segnalazioni.

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Quali effetti ha la responsabilità sociale sui rischi della reputazione aziendale?



Tra un’impresa che si prende cura dei propri dipendenti, acquista solo da fornitori responsabili e incoraggia i propri manager a comportarsi in modo eticamente corretto e un’altra, nota per il rilascio di inquinanti tossici, la chiusura periodica degli stabilimenti e il licenziamento frequente dei dipendenti, qual è la più esposta al rischio reputazionale?
La risposta non è scontata.

Da un’indagine pubblicata su CR Magazine condotta a livello globale su 4000 aziende, è emerso che il rischio reputazionale è maggiore per le imprese che divulgano le iniziative di RSI mentre non presenta alcuna correlazione o risulta molto bassa, tra le imprese che hanno rivelato pochi dati di se stesse.

Rischi reputazionali

Nello specifico, sono maggiormente esposte ai rischi reputazionali quelle imprese che hanno più fonti per il rating di sostenibilità (per esempio sono oggetto di attenzione da parte degli analisti di investimenti responsabili, vengono monitorate da numerose ONG o da siti che si occupano di certificazione o richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica.

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Da dove partire per attivare politiche di Responsabilità Sociale d’Impresa?



Quando si parla di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI) si corre il rischio di trattare sempre degli stessi temi, in maniera un po’ superficiale, mettendo per esempio l’accento sui grandi vantaggi per le imprese. Esistono però una serie di problemi spesso sottovalutati o per niente affrontati.
Seguendo il discorso di Cooms e Holladay nel loro libro Managing Corporate Social Responsibility. A communication approach pubblicato da Wiley nel 2011, evidenziamo alcuni problemi e vediamo da dove può partire un imprenditore o un manager che voglia introdurre politiche socialmente responsabili nella sua organizzazione.

Come detto in post precedenti, la RSI riguarda non solo o non tanto l’impresa, ma anche i suoi stakeholder, che dovrebbero adottare un atteggiamento di scetticismo legato a una dose moderata di ottimismo, nel considerare qualità positive e negative della RSI.

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3 Aspetti del Diversity Management che non vanno bene



Negli ultimi 10 anni, l’attenzione al tema del diversity management è andata crescendo. Attualmente si registrano numerose iniziative di comunicazione e sensibilizzazione, soprattutto da parte di grandi aziende, che per prime hanno inserito la valorizzazione delle diversità tra le loro priorità.
Non mancano, come abbiamo già sottolineato in post precedenti, alcune criticità sull’impiego di queste pratiche, tra cui l’uso della formazione come fenomeno di tendenza o l’uso scorretto del diversity management per nascondere comportamenti socialmente “irresponsabili”.

In questo post focalizziamo l’attenzione su alcuni effetti negativi che possono avere le pratiche di diversity management, quando applicate seguendo la “linea di pensiero” dominante, cioè

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Formazione: una pratica di diversity management efficace?



La formazione viene sempre inclusa all’interno dei programmi di diversity management nelle organizzazioni. Può essere finalizzata a:

  • acquisire consapevolezza rispetto agli stereotipi, che sono alla base di molte delle decisioni dei manager o dei recruiters;
  • sviluppare competenze nell’interazione costruttiva con le diversità, facendo leva sull’apprendimento;
  • integrare e applicare i concetti della diversità in tutti gli aspetti della vita organizzativa, non come argomento a se stante ma connesso con le attività lavorative quotidiane.

Criticità

Negli ultimi anni in Italia, la formazione alla diversità rappresenta più che altro una moda, come sottolineato in un articolo di Mappelli.

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Il report non finanziario: è uno strumento utile?



Per definizione, un report sulla responsabilità sociale d’impresa (CSR report) è uno strumento di comunicazione, che intende fornire informazioni, sia all’interno che all’esterno sull’approccio adottato dall’impresa e sull’attuazione delle politiche di responsabilità sociale.
Inizialmente, il report sociale è stato utilizzato dalle grandi aziende, soprattutto quelle del settore industriale localizzate nell’Europa occidentale.
A cavallo tra gli anni 90′ e 2000 l’attenzione si è tendenzialmente spostata dalla rendicontazione sociale a quella ambientale, in linea con la crescente sensibilità dell’opinione pubblica per i temi ambientali e per la definizione di alcuni concetti come quello di sviluppo sostenibile.
Più di recente, le 2 dimensioni (sociale e ambiental)e sono state fuse nel concetto di report non finanziario, che interessa anche questioni economiche.

Qual è, attualmente, la qualità delle informazioni fornite dai report non finanziari e come vengono sfruttati dalle imprese?

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Le Diversity charter in Europa: uno strumento utile?



Dall’inizio degli anni 2000, con le direttive UE 43/2000 e 78/2000, l’UE ha incentivato e favorito l’adozione delle carte per la diversità all’interno delle imprese, con l’obiettivo di fornire uno strumento concreto per gestire le risorse umane in una prospettiva di sviluppo, in base alle competenze, all’esperienza, al potenziale professionale delle singole persone.
L’UE finanzia tuttora progetti che promuovano la diversità nei settori pubblico e privato, a supporto della diffusione delle diversity charter.

La carta è un breve documento a carattere nazionale, firmato volontariamente da alcune imprese, che si contraddistinguono per l’impegno nella promozione della diversità e uguali opportunità nel luogo di lavoro, indipendentemente da alcune caratteristiche, quali l’età, la disabilità, il genere, l’etnia, la religione o l’orientamento sessuale.

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L’impresa irresponsabile e l’impresa responsabile: pratiche a confronto



Nel 2005 usciva il libro L’impresa irresponsabile del sociologo Luciano Gallino, che in termini molto semplici, comprensibilissimi anche per i non addetti ai lavori, ripercorreva l’evoluzione delle società per azioni nell’era moderna, spiegando come si fosse potuti giungere ai grandi scandali, quali il crac Enron negli USA e quello Parmalat in Italia.

Scriveva il prof. Gallino:

Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. Tra queste vanno considerate: le strategie industriali e finanziarie; le condizioni di lavoro offerte ai dipendenti nel paese e all’estero; le politiche dell’occupazione; il rapporto dei prodotti e dei processi produttivi con l’ambiente; l’impiego dei fondi che le sono stati affidati dai risparmiatori in forma di azioni o obbligazioni; la redazione dei bilanci; la qualità conferita ai prodotti; i rapporti con le comunità in cui opera; le localizzazioni o delocalizzazioni delle attività produttive; il comportamento fiscale. Inutile precisare che su questo metro esistono molte imprese che non si possono definire irresponsabili, né quelle qualificabili come tali lo sono tutte riguardo alle medesime attività o in uguale misura e durata.

Difficoltà di attuazione

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Responsabilità sociale d’impresa: conviene alle società di piccole dimensioni?



Con il DECRETO LEGISLATIVO 30 dicembre 2016, n. 254, l’Italia ha recepito la direttiva europea 95/2014 secondo cui le imprese con almeno 500 dipendenti hanno l’obbligo di comunicare informazioni di carattere non finanziario e informazioni sulla diversità.

Più in dettaglio, il decreto prevede l’obbligo di inserire nella relazione sulla gestione una dichiarazione di carattere non finanziario contenente informazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione. Tale dichiarazione deve riportare, tra l’altro, una breve descrizione del modello aziendale dell’impresa, delle politiche applicate dall’impresa su questi aspetti, il risultato di tali politiche, i principali rischi connessi a tali aspetti, gli indicatori fondamentali di prestazione di carattere non finanziario connessi all’attività specifica dell’impresa.

Nonostante alcune grandi società (multinazionali e non) abbiano da anni inserito la responsabilità sociale (RSI) come strategia aziendale, per la maggior parte delle imprese si tratta di una novità assoluta e in molti ritengono che questo apporterà delle modifiche anche a livello di imprese di piccole dimensioni.

La RSI nelle piccole imprese

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