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Ricerche Archive

Imprenditoria

3 Aspetti del Diversity Management che non vanno bene



Negli ultimi 10 anni, l’attenzione al tema del diversity management è andata crescendo. Attualmente si registrano numerose iniziative di comunicazione e sensibilizzazione, soprattutto da parte di grandi aziende, che per prime hanno inserito la valorizzazione delle diversità tra le loro priorità.
Non mancano, come abbiamo già sottolineato in post precedenti, alcune criticità sull’impiego di queste pratiche, tra cui l’uso della formazione come fenomeno di tendenza o l’uso scorretto del diversity management per nascondere comportamenti socialmente “irresponsabili”.

In questo post focalizziamo l’attenzione su alcuni effetti negativi che possono avere le pratiche di diversity management, quando applicate seguendo la “linea di pensiero” dominante, cioè

Imprenditoria

Il report non finanziario: è uno strumento utile?



Per definizione, un report sulla responsabilità sociale d’impresa (CSR report) è uno strumento di comunicazione, che intende fornire informazioni, sia all’interno che all’esterno sull’approccio adottato dall’impresa e sull’attuazione delle politiche di responsabilità sociale.
Inizialmente, il report sociale è stato utilizzato dalle grandi aziende, soprattutto quelle del settore industriale localizzate nell’Europa occidentale.
A cavallo tra gli anni 90′ e 2000 l’attenzione si è tendenzialmente spostata dalla rendicontazione sociale a quella ambientale, in linea con la crescente sensibilità dell’opinione pubblica per i temi ambientali e per la definizione di alcuni concetti come quello di sviluppo sostenibile.
Più di recente, le 2 dimensioni (sociale e ambiental)e sono state fuse nel concetto di report non finanziario, che interessa anche questioni economiche.

Qual è, attualmente, la qualità delle informazioni fornite dai report non finanziari e come vengono sfruttati dalle imprese?

Imprenditoria

La gestione della diversità generazionale e i comportamenti di cittadinanza organizzativa: una relazione importante



L’innalzamento dell’età pensionabile ha avuto, tra le sue principali conseguenze, una maggiore diversificazione della forza lavoro, per cui persone con età molto diverse si trovano a lavorare nello stesso team e/o ufficio. L’età diventa così uno dei principali aspetti del diversity management.
Per questo, la gestione delle risorse umane (Human Resource Management o HRM), intesa come funzione organizzativa, può svolgere un ruolo importante mediante l’attuazione di politiche aziendali inclusive, capaci di ridurre le disuguaglianze, attrarre, sviluppare, trattenere e motivare dipendenti e collaboratori molto diversi tra loro, rispondendo a esigenze specifiche.

tra gli elementi che diversificano la prestazione – – intesa in senso ampio, in quanto non si riferisce solo all’esecuzione dei compiti (task), ma anche ai comportamenti extraruolo – in base all’età, presi in considerazione sia dall’esperienza sul campo che dalla ricerca empirica, si annoverano i comportamenti cosiddetti di cittadinanza organizzativa.

Cosa sono e in che modo, a livello pratico, aiutano nella gestione dei team e delle organizzazioni diversificati per l’età dei loro componenti?

Definizione di OCB

Imprenditoria

Politiche aziendali per la diversità: Istruzioni per l’uso



Quando nel 2013 il Presidente di Barilla affermò che nelle pubblicità della pasta prodotta dalla sua azienda non sarebbero mai apparse persone omosessuali e che queste, se non fossero state d’accordo, avrebbero potuto comprare la pasta di un’altra marca, si scatenò una bufera mediatica che lo travolse: i dirigenti USA dell’azienda si dissociarono da queste affermazioni e, nel giro di poco tempo, fu indotto a scusarsi e ritrattare.
Nell’anno seguente la Barilla si distinse per le sue politiche gay friendly, ricevendo anche riconoscimenti internazionali

Ora, che Guido Barilla si sia realmente pentito o meno delle sue affermazioni probabilmente non interessa a nessuno. Il dato di fatto della vicenda è che le politiche per la diversità costituiscono un ottimo strumento di marketing con un impatto positivo sul ROI (Return on Investment) e che, quindi, alle aziende conviene (economicamente parlando) essere diversity friendly sia all’interno verso il personale sia all’esterno (Responsabilità Sociale d’Impresa).
Concetto, peraltro, che abbiamo più volte ribadito lo scorso novembre al I Convegno Nazionale sul Disability Management.

Eventi

Disability Management: buone pratiche e prospettive future in Italia



C’è tempo fino al 24 ottobre per rispondere alla call for paper, per presentare un poster al primo convegno nazionale sul Disability Management, che si terrà a Milano il prossimo 25 novembre.
L’evento dal titolo “Disability management: buone pratiche e prospettive future in Italia”, ha come finalità quella di creare un momento informativo e formativo (di confronto, riflessione e dibattito) sul disability management, un tema ancora poco conosciuto in Italia – rispetto ad altri Paesi-, che possa stimolare nuove iniziative di qualità e creare le condizioni per l’impiego efficace delle persone con disabilità all’interno delle organizzazioni.
Tra i relatori: studiosi di fama nazionale e internazionale, esperti, manager di grandi aziende e operatori del terzo settore.

La call for paper, il form di registrazione per ricevere la newsletter e tutte le informazioni sono disponibili qui

Imprenditoria

Coworking: un’altra bolla nella sharing economy?



Secondo la recente Global Coworking Survey 2015-16, apparso sulla rivista Deskmag (un’punto di riferimento per il movimento del coworking), gli spazi di coworking -di cui o parlato in un post precedente- sono cresciuti del 36% nell’ultimo anno e, nel mondo, se ne contano 7.800.
Il trend positivo è globale e il mercato, al momento, non sembra vicino alla saturazione. Infatti, lo studio evidenzia che:

  • l’85% degli operatori degli spazi di coworking intervistati non ritiene ci siano troppi ambienti di questo tipo nella loro regione;
  • uno su quattro crede che sia possibile crearne altri e che sia utile unire le forze in un mercato unico;
  • solo il 14% dei partecipanti ritiene che gli spazi esistenti saturino la richiesta nei loro territori.

Tuttavia, la ricerca rileva un rallentamento rispetto alla crescita dei primi anni, quando gli spazi di coworking raddoppiavano costantemente ogni 12 mesi.

Altri dati interessanti emersi dallo studio sono:

  • gli spazi di coworking più grandi non necessariamente sono percepiti come un ambiente di lavoro più anonimo. Al contrario, gli spazi con più membri favoriscono la sensazione di connessione, come indicato dal 70% degli intervistati (il 10% in più rispetto alla rilevazione dell’anno precedente), mentre un consistente 30% degli intervistati si sente fortemente legato allo spazio di coworking;/li>
  • in relazione alla fiducia, poco più della metà ha dichiarato che avrebbe lasciato i loro telefoni cellulari senza timore di furti, in qualsiasi momento.

Conseguenze della crisi economica e il significato del lavoro.

Innovazione

L’indice di digitalizzazione



Il DESI – Indice di digitalizzazione dell’economia e della società – fornisce i dati sulla digitalizzazione dei singoli Paesi europei su alcune aree, tra cui connettività, capitale umano, uso dei servizi online, integrazione delle ICT nel business.
I punteggi DESI vanno da 0 a 1, maggiore è il punteggio e migliore è la performance del Paese.

L’Italia, con un punteggio complessivo pari a 0,4, si colloca al 25° posto nella classifica dei 28 Stati membri dell’UE e nell’ultimo anno ha fatto pochi progressi in relazione alla maggior parte degli indicatori.
Ecco una sintesi dei principali risultati.

Connettività

Con un punteggio complessivo relativo alla connettività pari a 0,42, l’Italia è 27° tra i Paesi dell’UE.

Istruzione & Formazione

Formazione e intenzione imprenditoriale: una relazione complessa



Nel 2006 la CE ha inserito l’imprenditorialità tra le 8 competenze chiave
per l’apprendimento permanente.
Nei successivi Programmi Europei, come Education and Training (ET) 2020 e documenti della Ce, come la comunicazione Entrepreneurship Action Plan 2020, viene sottolineata la sua rilevanza strategica per stimolare la crescita economica in Europa.

Al fine di recepire le direttive europee, in Italia l’imprenditorialità è stata inclusa nei curricula scolastici come materia interdisciplinare, le cui modalità di insegnamento sono lasciate alle autonomie scolastiche.
Diversi contributi, come gli studi dell’ISFOL
descrivono i progetti e le iniziative portate avanti dalle scuole negli ultimi anni, mentre il CNR ha sviluppato alcuni progetti europei, con l’impiego delle ICT e delle nuove metodologie didattiche, come i serious games, per motivare e migliorare i risultati dell’apprendimento.

Ma, a fronte di tali iniziative, quali sono i risultati tangibili nel breve, medio e lungo termine?
Quale rapporto esiste esattamente tra la formazione all’imprenditorialità e lo sviluppo reale di un’impresa?

La relazione tra la formazione e l’intenzione imprenditoriale

Numerosi studi hanno analizzato la relazione tra la formazione all’imprenditorialità e l’intenzione imprenditoriale.
I risultati, non sempre omogenei, sostanzialmente confermano l’effetto positivo della formazione sull’intenzione imprenditoriale, ma questo effetto è piccolo e sembrerebbe dare i suoi frutti nel lungo periodo, piuttosto che nel breve o medio termine.

Gli effetti a lungo termine

Istruzione & Formazione

tecniche di Learning Analytics nel contesto formativo



Le tecniche di Learning Analytics (LA), secondo la definizione fornita dalla SoLAR (Society for Learning Analytics Research) nel 2011, costituiscono la misurazione, la raccolta, l’analisi e la comunicazione dei dati relativi agli allievi e ai loro contesti di apprendimento, al fine di comprendere e ottimizzare l’apprendimento e il contesto in cui questo avviene.
L’impiego di tali tecniche riguarda discipline diverse, quali l’education, la psicologia, la pedagogia, la statistica e le scienze computazionali.

Cosa analizzano

George Siemens (2012)
sottolinea come le tecniche di LA riguardino una serie di attività formative, che fanno riferimento all’intera esperienza di apprendimento degli studenti, come la pre-iscrizione all’università, la progettazione dell’apprendimento, il processo di insegnamento/apprendimento, l’assessment e la valutazione.

Nello specifico, gli applicativi LA usano dati generati dalle attività degli studenti:

  • il numero dei click;
  • la partecipazione a forum di discussione;
  • l’assessment formativo con le tecniche computer assisted.

I dati sul comportamento degli utenti sono spesso integrati con dati di background recuperati da Learning Management Systems (LMS) e da altri sistemi, usati in percorsi formativi precedenti.

La combinazione dei dati derivanti dai LMS con altri dati raccolti intenzionalmente, come misure self report, non è, ancora, una pratica diffusa.

Secondo Siemens, lo sviluppo e il consolidamento nel tempo delle tecniche di LA, che riguarda diversi stakeholder (ricercatori, operatori e fornitori), dipende da 3 fattori:

  • lo sviluppo, in primis di nuovi strumenti, ma anche dell’esperienza dei professionisti e di analisi da parte dei ricercatori;
  • l’uso dei dati, in termini di apertura, etica e fini da perseguire;
  • la definizione delle attività dei target da analizzare;;
  • le connessioni con i relativi professionisti e campi di applicazione.
Professioni

Fare il libero professionista in Italia



Il recente studio del CENSIS in collaborazione con Adepp
ha coinvolto un campione di 1629 professionisti, con lo scopo di analizzare le condizioni e le modalità di lavoro di questa particolare categoria di lavoratori.

Di seguito una sintesi di alcuni temi trattati nella ricerca.

Determinazione della scelta

I risultati del report evidenziano che:

  • Il 74% dei professionisti ha avviato l’attività entro i 30 anni;
  • la scelta per la libera professione, spesso, non è libera ma obbligata. Infatti, il 65,5% dei professionisti under 40 non ha alle spalle nessuna esperienza di lavoro dipendente;
  • i liberi professionisti lavorano prevalentemente da soli. Il 75,9% svolge la propria attività in forma individuale, solo il 17,7% è socio di uno studio con più titolari o di una società tra professionisti;
  • nell’85% dei casi i soci sono individuati all’interno dello stesso gruppo professionale, mentre nel 15% rispecchiano competenze ed ambiti di interesse diversi.

Ambiti professionali, mercati di riferimento e aree geografiche

In riferimento alle aree professionali, l’ambito sanitario prevede un’offerta di servizi concentrata all’interno di un nucleo di competenze ben individuato, mentre in quello economico-sociale
le prestazioni erogate sono prevalentemente generiche, ruotano intorno alla professione e i servizi erogati dipendono più dalle richieste del cliente che non da una selezione del professionista.

Inoltre, mostrano una tenuta migliore quelle attività che si collocano su mercati più ampi rispetto a quelle che invece operano solo a livello locale. Di queste ultime, solo il 20,7% ha riscontrato una crescita del fatturato negli ultimi due anni, mentre il 45,9% ha avuto un calo.

Infine, particolarmente critica risulta la situazione al Sud, dove per il 56,2% dei professionisti il fatturato è diminuito, mentre nel Nord Ovest
il 28% ha aumentato il fatturato, anche se il quadro resta difficile anche in questa area.

Strategie di innovazione

Dal report emerge come tra i professionisti siano ancora poco diffuse le nuove strategie promozionali, che comportano l’adozione di modelli innovativi e più complessi per differenziarsi ed espandersi sul mercato. Infatti, al fine di aumentare la clientela:

  • il 61,2% si affida al passaparola, prassi ben consolidata e radicata sia tra i giovani che tra i più anziani;
  • appena il 30% degli intervistati ha un sito web per il proprio studio professionale e solo il 13,2% lo utilizza anche per finalità promozionali;
  • il 6,6% organizza eventi, seminari e incontri a scopo promozionale sulla base di mailing list e altre tecniche mirate;
  • il 3,1% acquista spazi pubblicitari su giornali e riviste di settore;
  • Il 24% non fa nulla.

Formazione e aggiornamento

Oltre alla conoscenza, che costituisce l’asset di riferimento per presentarsi e affermarsi sul mercato, acquisiscono importanza crescente altre dimensioni, come la sensibilità verso il mercato, la rete di collaboratori efficiente e affidabile, la collocazione
su nuove fette di mercato più promettenti sul piano economico. Per questo l’aggiornamento, obbligatorio per legge, diventa indispensabile per acquisire competenze imprenditoriali, manageriali e relazionali.

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