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Coworking: un’altra bolla nella sharing economy?



Secondo la recente Global Coworking Survey 2015-16, apparso sulla rivista Deskmag (un’punto di riferimento per il movimento del coworking), gli spazi di coworking -di cui o parlato in un post precedente- sono cresciuti del 36% nell’ultimo anno e, nel mondo, se ne contano 7.800.
Il trend positivo è globale e il mercato, al momento, non sembra vicino alla saturazione. Infatti, lo studio evidenzia che:

  • l’85% degli operatori degli spazi di coworking intervistati non ritiene ci siano troppi ambienti di questo tipo nella loro regione;
  • uno su quattro crede che sia possibile crearne altri e che sia utile unire le forze in un mercato unico;
  • solo il 14% dei partecipanti ritiene che gli spazi esistenti saturino la richiesta nei loro territori.

Tuttavia, la ricerca rileva un rallentamento rispetto alla crescita dei primi anni, quando gli spazi di coworking raddoppiavano costantemente ogni 12 mesi.

Altri dati interessanti emersi dallo studio sono:

  • gli spazi di coworking più grandi non necessariamente sono percepiti come un ambiente di lavoro più anonimo. Al contrario, gli spazi con più membri favoriscono la sensazione di connessione, come indicato dal 70% degli intervistati (il 10% in più rispetto alla rilevazione dell’anno precedente), mentre un consistente 30% degli intervistati si sente fortemente legato allo spazio di coworking;/li>
  • in relazione alla fiducia, poco più della metà ha dichiarato che avrebbe lasciato i loro telefoni cellulari senza timore di furti, in qualsiasi momento.

Conseguenze della crisi economica e il significato del lavoro.

Le ricerche condotte sugli spazi di coworking consentono di evidenziare aspetti eterogenei, in relazione ai modelli organizzativi e di business.
Per esempio Fortezza e coll. (2016) sottolineano come http:
i centri di coworking più interessanti siano quelli che agiscono come hub, costruiti su competenze rilevanti e relazioni forti, che portano effettivi vantaggi per le piccole imprese che entrano in contatto con loro.

Diversi autori sottolineano come, a parte qualche eccezzione, la letteratura, basandosi sul presupposto che il coworking rappresenta inevitabilmente un’innovazione positiva, presenti poche evidenze empiriche e raramente offra una comprensione critica del fenomeno.

Due studi, a questo proposito, mi sembrano indicativi.

Il primo è lo studio di Moriset (2014), secondo cui la bolla del coworking potrebbe essere partita nel 2009.
Paradossalmente, infatti, la crescita del coworking potrebbe essere stata alimentata dalla recente bolla immobiliare e dalla conseguente recessione economica in Nord America e in Europa.
Non a caso la Spagna, dove la bolla immobiliare è stata una delle peggiori tra le Economie avanzate, è al secondo posto per numero di coworking in Europa e ha il più alto rapporto al mondo di questo tipo di strutture per abitante.
Fallimenti, licenziamenti di massa e uffici a buon mercato sono i fattori che favoriscono la crescita del coworking.
Inoltre, il lavoro nei settori ad alta creatività è caratterizzato da una forte precarietà. Di fronte alle scarse prospettive di assunzione da parte delle grandi imprese di servizi e ai bassi salari offerti, i lavoratori creativi sono più spesso spinti a diventare liberi professionisti e, quindi, a optare per le comunità di coworking.

A questo si aggiunge la bassa reddittività, un ulteriore elemento che favorisce lo stato di incertezza.
Il 60% degli spazi di coworking non sono redditizi, come riportato nella seconda indagine condotta da Deskmag.
Se da un lato questo può essere ritenuto normale per le nuove imprese, ed è assodato che anche quelle più grandi (come Amazon o Google) impiegano molti anni prima di crescere in modo consistente, dall’altro gli spazi di coworking non sono delle startup.

Collaborazione e competizione

Il secondo studio è quello di Gandini (2015)
http://www.ephemerajournal.org/contribution/rise-coworking-spaces-literature-review
che sottolinea come, nonostante gli spazi di coworking siano frequentati spesso da professionisti che operano nello stesso settore, la cui attività comprende un processo continuo di networking e una ricerca ricorsiva di posti di lavoro, sia ipotizzabile la presenza di un certo livello di competizione tra loro.
e’ piuttosto probabile che il coworking riguardi piccole attività, composte da individui che si riuniscono per formare un “brand associato”, con una modalità di gestione piccola e flessibile,
che cambiano di frequente obiettivi e collaboratori, a seconda dei compiti richiesti per il successo in un mercato specifico. In tal modo, al loro interno coesistono collaborazione, competizione e cooperazione.

Consulta il database per trovare altre risorse su questo argomento

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