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L’impresa irresponsabile e l’impresa responsabile: pratiche a confronto



Nel 2005 usciva il libro L’impresa irresponsabile del sociologo Luciano Gallino, che in termini molto semplici, comprensibilissimi anche per i non addetti ai lavori, ripercorreva l’evoluzione delle società per azioni nell’era moderna, spiegando come si fosse potuti giungere ai grandi scandali, quali il crac Enron negli USA e quello Parmalat in Italia.

Scriveva il prof. Gallino:

Si definisce irresponsabile un’impresa che al di là degli elementari obblighi di legge suppone di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all’opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale e ambientale delle sue attività. Tra queste vanno considerate: le strategie industriali e finanziarie; le condizioni di lavoro offerte ai dipendenti nel paese e all’estero; le politiche dell’occupazione; il rapporto dei prodotti e dei processi produttivi con l’ambiente; l’impiego dei fondi che le sono stati affidati dai risparmiatori in forma di azioni o obbligazioni; la redazione dei bilanci; la qualità conferita ai prodotti; i rapporti con le comunità in cui opera; le localizzazioni o delocalizzazioni delle attività produttive; il comportamento fiscale. Inutile precisare che su questo metro esistono molte imprese che non si possono definire irresponsabili, né quelle qualificabili come tali lo sono tutte riguardo alle medesime attività o in uguale misura e durata.

Difficoltà di attuazione

Gallino individuava 4 principali difficoltà nell’attuazione della responsabilità sociale d’impresa (RSI):

  • la maggior parte delle aziende è spesso concentrata sugli aspetti di immagine (marketing)e di reputazione (costruzione del brand), per cui solo in parte agisce sulla base dei principi etici. A ciò si aggiunge che spesso i codici etici elaborati da organismi internazionali o nazionali risultano troppo generici o lacunosi, non fornendo indicazioni precise sulle modalità di attuazione delle politiche di responsabilità sociale;
  • la responsabilità sociale è spesso attuata per nascondere comportamenti irresponsabili. Per esempio, la CocaCola manifesta costantemente il suo impegno etico, dichiarando di utilizzare responsabilmente le risorse naturali, anche se poi è stato scoperto che le sue aziende associate abusano smisuratamente dell’acqua anche in regioni dove costituisce un bene scarso;
  • molte imprese adottano la RSI con finalità politico-strategiche, nel tentativo di influenzare le istituzioni, inducendole ad adottare politiche di defiscalizzazione nei loro confronti. Cioè, in cambio di alcuni comportamenti socialmente responsabili le imprese si assicurano degli sgravi contributivi;
  • la RSI è per sua natura espressione della volontà delle imprese, per cui non ha alcun vincolo legale. In molti ritengono che questo sia un errore, soprattutto nel campo dei diritti dei lavoratori, dove sarebbe necessaria una legislazione universale, che vincoli le imprese al rispetto della legge.

La RSI allo stato attuale

Dal 2005 a oggi il mondo è notevolmente cambiato. la crisi socio-economica iniziata nel 2008 negli USA e la sua propagazione in breve tempo nel resto del mondo, in contemporanea con la diffusione delle ICT ha portato ai gravi problemi del mercato del lavoro di tutto l'occidente, primo fra tutti la disoccupazione in particolare quella giovanile, ma anche a una maggiore consapevolezza e sensibilità verso tematiche quali la corruzione, i diritti umani e la tutela ambientale, da parte di utenti e consumatori. Come abbiamo già detto in questo post, con il decreto Legislativo 254/2016 è stata recepita la direttiva europea 95/2014, che prevede l’obbligatorietà per le imprese con almeno 500 dipendenti della rendicontazione non finanziaria (Non-financial and diversity information).

Per cui, in accordo anche con quanto sostenuto da Gallino, in Italia e in Europa si va verso lincorporazione della responsabilità sociale o di alcuni dei suoi elementi portanti, all’interno del quadro legislativo.

D’altra parte, si lavora ancora molto sull’adozione degli strumenti cosiddetti di soft law, come i codici di condotta, che di solito sono elaborati da organismi internazionali e adottati volontariamente dalle singole imprese.
Data la genericità di questi testi, a livello nazionale si ricorre alla definizione delle linee guida per ottenere una loro applicazione più efficace.
Un esempio recente è costituito dalla pubblicazione delle prassi di riferimento per l’adozione dello standard UNI ISO 26000, redatto dalla Fondazione Sodalitas e da UNI Italia con la collaborazione dell’INAIL e di altri istituti di certificazione.
Lo standard UNI ISO 26000 può essere un ottimo strumento anche per le micro e le piccole imprese, non prevede l’obbligatorietà di certificazioni esterne all’impresa, ma fornisce delle indicazioni su come attuare le politiche di RSI sia interne che esterne, coinvolgendo consumatori, comunità di appartenenza e tutti gli stakeholder.

Altre risorse sulla RSI sono reperibili sul database

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