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Knowledge management, innovazione e competitività delle imprese



Sia in ambito accademico che in quello aziendale, la gestione dell’asset della conoscenza è ritenuto cruciale per il successo di un’organizzazione. Per le imprese la conoscenza è, sempre più, sinonimo di reti e di legami. Nel mercato, infatti, la tradizionale dicotomia che vedeva da un lato il fornitore e dall’altro il cliente è stata sostituita da una relazione di collaborazione, non più basata su una logica individualistica/gerarchica, quanto piuttosto su un sistema incentrato sull’interazione e lo scambio. La conoscenza, derivante dall’osservazione della realtà esterna, viene condivisa, integrata nella struttura dell’organizzazione e utilizzata per lo sviluppo di prodotti e servizi. La duplice attività, interna ed esterna, alimenta un processo di innovazione continua che produce vantaggi competitivi. Per questo, sempre più, a tutte le persone che operano in un’impresa vengono richieste capacità di apprendere, apprendere ad apprendere e imparare ad accettare il cambiamento.

Il knowledge management (KM) può essere inteso come il processo di ricerca, acquisizione, elaborazione e distribuzione della conoscenza. Come sottolinea Luca De Biase
il KM, nato negli anni 90′ come un sistema per filtrare e comunicare le informazioni aziendali di maggior valore, è stato trasformato, con l’avvento del web, in un sistema di servizi che connettono le persone in reti, nelle quali le discussioni sono vivaci e le conoscenze acquisite sono messe costantemente in discussione.

Attualmente, il KM rappresenta – o meglio dovrebbe rappresentare – un elemento cruciale di ogni strategia aziendale, che riguarda moltissimi aspetti della vita di un’azienda:

  • la progettazione del sistema informativo;
  • la gestione delle risorse umane;
  • l’investimento in R&D;
  • il sistema interno di comunicazione e di gestione delle informazioni;
  • l’architettura degli spazi di lavoro;
  • le modalità con cui si attua e si sostiene l’innovazione.

In cosa esattamente consiste la conoscenza di un’azienda?

La conoscenza può essere:

  1. destrutturata, implicita e tacita, per esempio quella di una o più persone molto esperte;
  2. strutturata, esplicita e e codificata, come nel caso di brevetti, diritti di proprietà intellettuale formalmente riconosciuti.

Tanto più la conoscenza è strutturata e codificata, tanto più sarà facile condividerla sia all’interno che all’esterno: bastano pochi millisecondi per condividere una conoscenza strutturata tramite internet, mentre la condivisione di conoscenza di persone esperte richiede molto più tempo.

In una recente intervista due studiosi della Pennsylvania University, distinguendo tra gli assets della conoscenza” e quelli “strategici per la conoscenza”, sottolineano come siano questi ultimi a fare la differenza per la competitività e la crescita.
A differenza degli assets fisici, quelli della conoscenza non sono facilmente misurabili. E’ possibile, però, individuare le conoscenze chiave che sorreggono la crescita competitiva dell’azienda e mapparle secondo 2 dimensioni, come mostra il grafico (tratto dall’articolo):
Assets conoscenza

  • struttura (da non strutturata a strutturata, da tacita a esplicita);
  • livello di diffusione: solo poche persone dispongono della conoscenza, più persone hanno accesso, oppure è di pubblico dominio.

Questo consente di collocare ciascuna conoscenza su uno dei 4 blocchi del grafico, ognuno dei quali fornisce delle indicazioni sulle abilità dell’azienda di raccogliere la conoscenza, relazionarsi con l’esterno, creare e catturare valore dal mercato.
Ogni blocco presenta specifici problemi in merito alle modalità con cui l’azienda distribuisce la conoscenza e andrà a innovare: la conoscenza codificata e diffusa anche all’esterno presenta problemi molto diversi dalla conoscenza posseduta solo dagli esperti, che richiede di individuare le strategie da attuare per poter usare tale conoscenza in modo vantaggioso per l’azienda.

Rimangono aperte alcune questioni, come:

  • stabilire quali conoscenze condividere con tutti i dipendenti e/o con l’esterno;
  • sviluppare competenze adeguate per mettere in relazione la conoscenza con l’innovazione e la valorizzazione del capitale umano.

A questo proposito, tra le grandi imprese italiane (ENI, Illy, Barilla, ecc.), si sono diffuse le corporate university (accademie aziendali), cioè delle vere e proprie scuole di formazione interne, le cui attività variano dall’analisi dei bisogni formativi, al recruiting, all’individuazione delle strategie di R&D e d’innovazione.

Il modello delle corporate university andrebbe diffuso anche tra le medie e le piccole imprese, che potrebbero trarre grandi vantaggi dall’attrarre nuovi manager e professionisti, quindi diventare più competitive.
Una delle modalità indicate per riuscire a diffondere quest’approccio è costituito dalle reti d’imprese, la cui utilità e necessità è sempre più evidente nel panorama italiano.

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