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L'”Uberificazione” dell’università



Nel recente articolo “the uberfication of university”, pubblicato su Discover Society, Gary Hall (della Coventry University) traccia un parallelo tra le grandi università inglesi e le grandi imprese tecnologiche, delineando gli effetti che le seconde stanno avendo sulle prime.

L’impatto che le grandi imprese tecnologiche, i cui tratti distintivi sono l’aggressività e il carattere globale, hanno sull’organizzazione del lavoro si può spiegare analizzando i dati della sharing economy.
Questa, affermatasi a partire dalla metà degli anni 2000, può essere definita come un ecosistema socio-economico che consente l’accesso a servizi come il ridesharing o il sofa surfing in modo efficiente a un utenza molto ampia.
Si ritiene, spesso, che la sharing economy sia responsabile del fatto di ricondurre i valori della comunità nuovamente all’interno dei modi con cui le persone “consumano” e del modo con cui vengono affrontate le questioni ambientali (ad esempio la riduzione delle emissioni di carbonio nel trasporto).

Alcuni aspetti della sharing economy stanno, palesemente, contribuendo a mettere in atto significativi cambiamenti nella società.
Un cambiamento è dato dal fatto che gli intermediari di servizi, come società di hotel e taxi, sono state sostituite da società intermediarie, che gestiscono dati e informazioni, come Uber, una App che consente ai passeggeri di mettersi in contatto, tramite smartphone, con taxi, rideshare o privati.

In questo senso, la sharing economy è uno dei modi in cui il neoliberismo è stato in grado di procedere con il suo programma di privatizzazioni, deregulation e riduzione al minimo dello Stato, del settore pubblico e del welfare, anche dopo la crisi del 2008-2009.

In questo tipo di economia, però, la produzione e il controllo, il profitto e il rischio, non sono affatto condivisi con tutti.
Le reti di utenti aiutano a costruire la piattaforma e forniscono l’imput di aggregazione iniziale, i dati e i valori di attenzione che creano il mercato.
Gli intermediari, proprietari delle informazioni e gestori dei dati, godono dei profitti generati dalla finanziarizzazione e dallo sfruttamento della condivisione di beni e servizi tra gli utenti e i microimprenditori. I proprietari controllano anche la piattaforma, i software e i dati, stabilendo i prezzi, i livelli salariali , l’allocazione delle risorse e il profilo del lavoratore.

In che modo questi aspetti hanno delle implicazioni per l’organizzazione del lavoro nelle università?

E’ dello scorso aprile la notizia che LinkedIn ha acquistato Lynda.com, una piattaforma per l’erogazione di corsi online.

Sebbene questo non sia direttamente collegato alla sharing economy, è ovvio che, con le sue pagine delle Università e con le Classifiche delle università basate sui risultati di carriera, LinkedIn dispone di una enorme quantità di dati, che gli consente di fornire analisi dettagliate sull’immissione dei laureati nel mercato del lavoro e sulle prospettive di carriera, ineguagliabili rispetto a quelle delle università tradizionali.
Come emerso anche da un recente studio, con la trasformazione da social networka fornitore di servizi di formazione questi dati possono adesso essere utilizzati per sviluppare un potente modello di business, basato sull’intermediazione di dati e informazioni sull’istruzione superiore. Se questo non dovesse avvenire a opera di LinkedIn, potrebbe riguardare altre società già attive nel settore, come ad esempio Academia.edu, che conta oltre 22 milioni di accademici, con la condivisione di 6 milioni di documenti.

In tale modello le informazioni, dettagliate e trasparenti, sarebbero messe a disposizione di datori di lavoro, studenti e decisori politici.
Queste informazioni indicherebbero quali, tra i corsi, le classi e perfino i docenti presenti nella piattaforma, sarebbero i migliori a garantire agli studenti un punteggio ottimale nelle classificazioni o altre credenziali importanti, , passare con successo a una carriera desiderabile, raggiungere il top all’interno di una data professione, conseguendo così anche buoni livelli di soddisfazione lavorativa e salariale.

Non è tutto

Nel 2014 LinkedIn avrebbe acquistato una società, chiamata Bright, specializzata nello sviluppo di algoritmi che consentono di abbinare i posti di lavoro con i richiedenti, in base ai loro particolari risultati, abilità e competenze. Non sarebbe difficile, per il tipo di dati di cui dispone LinkedIn, fare lo stesso con datori di lavoro e studenti, prendendo in esame le aspettative sugli stipendi, le attività extracurriculari e i “mi piace”.
Queste attività potrebbero essere a pagamento, nello stesso modo in cui si pagano le agenzie matrimoniali per associare le persone in base alle affinità tra le loro personalità, calcolate con un algoritmo.
A questo si potrebbe aggiungere un sovraprezzo per fornire dati e informazioni in tempo reale, come richiesto dall’attuale economia – altamente flessibile -.

Ancora più inquietante è il fatto che una piattaforma così globale dell’istruzione superiore, avrebbe il potere di decidere chi può essere trovato e visto più facilmente.

Questo, però, riguarda solo gli scenari possibili: non sembra messa in discussione la formazione superiore, con il suo sistema di certificazione e di credenziali.

D’altro canto, se una società come LinkedIn decidesse di mettere a disposizione i dati e le informazioni dei suoi corsi online (relativamente poco costosi), ma non quelli dei corsi erogati da enti e istituzioni esterne (competitor più costosi nel mercato), questo potrebbe avere un effetto “disruptive”, come quello di Coursera e Udacity per i MOOCS.

Un ultimo aspetto da considerare è che buona parte del personale impiegato nell’istruzione superiore (oltre un terzo in Inghilterra), è precario, con contratti a termine, in conseguenza del modello neoliberista adottato in questi anni dalle università.
Un numero sempre crescente di impiegati delle università si trova in condizioni simili a coloro che lavorano per Uber: invece di lavorare in un settore regolamentato dallo Stato, non avrebbero altra alternativa, se non quella di vendere i loro corsi, a basso costo e facilmente accessibili,
a chiunque sia pronto a pagare per usufruirne, nel nuovo mercato dell’istruzione superiore – creato dalle piattaforme -, diventando così “atomizzati”, precari e microimprenditori freelance.
Come tali, sperimenterebbero i problemi legati alla deprofessionalizzazione, all’intensificazione dei ritmi e alla sorveglianza, tutti aspetti che l’economia post-capitalista porta con sè.

* L’articolo originale è reperibile qui

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