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Il report non finanziario: è uno strumento utile?



Per definizione, un report sulla responsabilità sociale d’impresa (CSR report) è uno strumento di comunicazione, che intende fornire informazioni, sia all’interno che all’esterno sull’approccio adottato dall’impresa e sull’attuazione delle politiche di responsabilità sociale.
Inizialmente, il report sociale è stato utilizzato dalle grandi aziende, soprattutto quelle del settore industriale localizzate nell’Europa occidentale.
A cavallo tra gli anni 90′ e 2000 l’attenzione si è tendenzialmente spostata dalla rendicontazione sociale a quella ambientale, in linea con la crescente sensibilità dell’opinione pubblica per i temi ambientali e per la definizione di alcuni concetti come quello di sviluppo sostenibile.
Più di recente, le 2 dimensioni (sociale e ambiental)e sono state fuse nel concetto di report non finanziario, che interessa anche questioni economiche.

Qual è, attualmente, la qualità delle informazioni fornite dai report non finanziari e come vengono sfruttati dalle imprese?

Per rispondere facciamo riferimento a 2 ricerche, una europea che ha confrontato i report sociali di imprese appartenenti a Paesi diversi e una condotta in Italia.

Qualità dei report non finanziari

Patrycja Habek e Radostaw Wolniak hanno condotto uno studio su imprese situate in 6 Paesi dell’UE: Olanda, Polonia, Danimarca, Svezia, Francia e Regno Unito.

Come spiegano gli autori, non sempre i report non finanziari forniscono dati completi o in linea con le aspettative di chi li va a leggere.
Questo pone il problema della valutazione e del confronto tra i risultati conseguiti dalle imprese, accentuato anche dai modelli di rendicontazione adottati nei diversi Paesi.
Le imprese non operano in modo isolato, ma adattano, perfezionano e sviluppano le proprie strategie i vantaggi competitivi interagendo con gli ambienti istituzionali di appartenenza.
La stessa iniziativa di responsabilità sociale può essere volontaria in un Paese e regolamentata in un altro.

Lo studio sottolinea, in generale, un recente aumento nel numero dei report sociali e un parallelo abbassamento nella qualità delle informazioni contenute al loro interno.
I risultati indicano che nei Paesi in cui i report di sostenibilità sono pubblicati da molte organizzazioni, per esempio nel Regno Unito e in Danimarca (report per milione di imprese: rispettivamente 178,8 e 125,3) il livello di qualità è inferiore a quello dei Paesi in cui la rendicontazione è molto meno comune, per esempio in Francia (20,8) e nei Paesi Bassi (65,1).
La possibile spiegazione è che nei Paesi in cui la reportistica non è ancora diffusa, viene percepita come una pratica élitaria, che consente all’azienda di distinguersi sul mercato.
I risultati indicano, inoltre, che l’obbligo legale della divulgazione dei dati sulla responsabilità sociale ha un effetto positivo sulla qualità dei report di sostenibilità.
Infatti, i report nel campione d’imprese sviluppati su base obbligatoria hanno raggiunto un livello qualitativo superiore rispetto ai report redatti volontariamente dalle imprese.
Questo dato andrebbe però considerato insieme ad altri, come per esempio il fatto che alcune normative nazionali prevedono che il report obbligatorio debba essere redatto secondo uno standard o un quadro internazionale, oppure che debba essere certificato da un soggetto esterno.

Luso del report non finanziario in Italia

Lo studio di Tarquinio e Rossi pubblicato nel 2014 su Impresa Progetto focalizza l’attenzione sull’uso del web per coinvolgere gli stakeholder nella valutazione dei report di sostenibilità. Ha riguardato un campione di 212 imprese quotate in borsa.

Alcuni tra i risultati dello studio:

  • tutte le imprese dispongono di un sito aziendale, ma solo 43 (circa il 20% del totale) pubblicano online un bilancio di
    responsabilità sociale, redatto secondo uno standard internazionale (per esempio il GRI 4);
  • il 79% del campione possiede un indirizzo di posta elettronica dedicato esclusivamente alla responsabilità sociale, il 47% di questi indica il nome della persona di riferimento e la sua qualifica;
  • il 40% fa ricorso a file audio e/o video;li>
  • il 23% presenta una scheda per la val
  • il 37% ha una pagina Facebook, mentre il 30% ha un account Twitter.

In sintesi, ciò che emerge dall’analisi è una scarsa diffusione, sui siti analizzati, di funzioni che consentano la creazione di grafici interattivi
personalizzabili e/o di report a misura di utilizzatore o l’inserimento di segnalibri o l’invio di singole pagine del report ad un amico.
Questo denota la debolezza del modello di reporting online utilizzato dalle imprese del campione che, pur potendo avvantaggiarsi delle potenzialità del web, continuano a presentare report poco
diversi da quelli che una volta erano disponibili solo in formato cartaceo.

Bisognerà capire se, con il decreto 254/2016 di cui abbiamo parlato qui, migliorerà la situazione.

Altre risorse su questo argomento sono reperibili sul database

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