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conoscenza Archive

Imprenditoria

Knowledge management, innovazione e competitività delle imprese



Sia in ambito accademico che in quello aziendale, la gestione dell’asset della conoscenza è ritenuto cruciale per il successo di un’organizzazione. Per le imprese la conoscenza è, sempre più, sinonimo di reti e di legami. Nel mercato, infatti, la tradizionale dicotomia che vedeva da un lato il fornitore e dall’altro il cliente è stata sostituita da una relazione di collaborazione, non più basata su una logica individualistica/gerarchica, quanto piuttosto su un sistema incentrato sull’interazione e lo scambio. La conoscenza, derivante dall’osservazione della realtà esterna, viene condivisa, integrata nella struttura dell’organizzazione e utilizzata per lo sviluppo di prodotti e servizi. La duplice attività, interna ed esterna, alimenta un processo di innovazione continua che produce vantaggi competitivi. Per questo, sempre più, a tutte le persone che operano in un’impresa vengono richieste capacità di apprendere, apprendere ad apprendere e imparare ad accettare il cambiamento.

Il knowledge management (KM) può essere inteso come il processo di ricerca, acquisizione, elaborazione e distribuzione della conoscenza. Come sottolinea Luca De Biase
il KM, nato negli anni 90′ come un sistema per filtrare e comunicare le informazioni aziendali di maggior valore, è stato trasformato, con l’avvento del web, in un sistema di servizi che connettono le persone in reti, nelle quali le discussioni sono vivaci e le conoscenze acquisite sono messe costantemente in discussione.

Attualmente, il KM rappresenta – o meglio dovrebbe rappresentare – un elemento cruciale di ogni strategia aziendale, che riguarda moltissimi aspetti della vita di un’azienda:

  • la progettazione del sistema informativo;
  • la gestione delle risorse umane;
  • l’investimento in R&D;
  • il sistema interno di comunicazione e di gestione delle informazioni;
  • l’architettura degli spazi di lavoro;
  • le modalità con cui si attua e si sostiene l’innovazione.

In cosa esattamente consiste la conoscenza di un’azienda?

Imprenditoria

Creatività + Collaborazione = COWORKING!



“La crescente rilevanza degli spillover della conoscenza non riguarda soltanto le città in cui imprese e lavoratori si organizzano in un cluster, ma è arrivata a ridefinire la stessa struttura fisica del luogo di lavoro”. Così Enrico Moretti, docente di Economia alla Berkeley University (USA), nel suo libro “La nuova geografia del lavoro” spiega cosa ha portato alla creazione degli spazi di coworking nella Silicon Valley (p. 121).
A partire dalla metà degli anni 2000 negli USA, questa nuova modalità di lavoro si è via via diffusa anche in Europa.

Ma cos’è il coworking?

In sintesi, è uno spazio (un ufficio) condiviso, dove le persone – pur non essendo dipendenti di una stessa azienda ma solitamente dei liberi professionisti – spesso con una buona dose di creatività e una spiccata tendenza alla collaborazione, decidono di svolgere le loro attività fianco a fianco ad altri professionisti dello stesso o di diverso ambito lavorativo, condividendo idee, problemi, progetti e aiutandosi reciprocamente.
Non costituiscono dei servizi per lunghi periodi o per l’intera giornata, cioè non necessariamente si stipulano dei contratti d’affitto a lungo termine per una postazione di lavoro, ma si può usufruire del servizio anche solo per qualche ora al mese o, nel caso di professionisti di passaggio, per qualche ora in una giornata. Quindi è una modalità molto flessibile e adatta a esigenze diverse, a seconda della persona e delle specifiche necessità del momento. Solitamente alle postazioni di lavoro, che comprendono una scrivania, una connessione ad alta velocità, una linea telefonica, una stampante si affianca uno spazio con la macchinetta per il caffè e una sala riunioni/conferenze.

La filosofia di fondo del coworking poggia su alcune idee basilari:

  1. La collaborazione. Dalla condivisione di conoscenze nascono nuove idee e nuove aggregazioni tra persone che altrimenti non si incontrerebbero;
  2. la trasparenza e l’apertura. La libertà di circolazione non solo delle persone ma anche delle loro idee, apporta benefici per tutti e non solo per pochi privilegiati;
  3. la comunità. Si prospera sulla collaborazione e sul supporto reciproco;
  4. l’accessibilità. Si garantisce il servizio a tutti, sia in senso economico (con prezzi compatibili anche per chi ha possibilità limitate, sia in senso fisico (spazi che non precludano l’accesso a persone svantaggiate, come ad esempio quelle con disabilità).
Imprenditoria

Artigiano digitale: una professione del futuro?



Hugo Cabret
Un bambino orfano che si occupa di tenere a posto gli orologi di una vecchia stazione ferroviaria, sullo sfondo della Parigi anni ’30 del secolo scorso, è il protagonista di “Hugo Cabret”,
un film fantasy in 3D del 2011, che ha vinto 5 premi Oscar e che , per molti aspetti, rappresenta la celebrazione dell’artigiano e del suo lavoro manuale.
Dal cinema a Internet, passando per il contesto accademico e quello industriale, possiamo notare come la valorizzazione e riaffermazione del lavoro degli artigiani – o meglio “artigiani digitali” o makers – abbia acquistato di recente grande importanza anche nella stampa cartacea e digitale.

La crisi dell’industria manifatturiera, con la chiusura e la delocalizzazione di molte fabbriche, ha lasciato un vuoto nei territori, che via via viene colmato da iniziative imprenditoriali più piccole o anche a carattere individuale, in parte anche domestico.
Questi nuovi spazi, per definizione creativi e collaborativi, prendono il nome di fablab
(dall’inglese Fabrication Laboratory), sono nati per caso nel MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston e si sono diffusi a livello globale, dagli Stati Uniti all’Europa, all’Africa e ad alcuni Paesi dell’Asia.

L’Italia, seppur con un certo ritardo, non è rimasta esclusa da questa tendenza e, ormai, i fablab rappresentano delle realtà consolidate in molte delle nostre città. Il primo fablab italiano è nato nel 2011 a Torino,
ma oggi sono presenti circa un centinaio di fablab, spalmati su tutto il territorio nazionale, con un trend in crescita.

Istruzione & Formazione

4 quesiti su istruzione e formazione degli adulti in età lavorativa



I. Quali sono i livelli di istruzione degli adulti in Europa?
II. Quali fattori incidono sulle opportunità di formazione permanente?
III. Quali politiche attive del lavoro sono state adottate per migliorare il gap tra le competenze richieste e quelle possedute?
IV. E, soprattutto, queste politiche sono efficaci?

A questi quesiti cerca di dare risposte il recentissimo report “Adult education and training in Europe: widening access to learning opportunities”, redatto dalla rete Eurydice, che prende in esame 35 sistemi educativi europei dislocati su 32 Paesi, fornendo sia un quadro descrittivo dei singoli sistemi sia un’analisi comparativa.

I quesito

Alcuni dati significativi emersi dal rapporto:

  • circa un adulto su cinque ha un basso livello di capacità in lettura e scrittura (literacy) e nel far di conto (numeracy);
  • circa uno su tre non ha alcuna competenza nell’uso delle ICT;
  • quasi la metà degli adulti riconosce di non avere un livello di abilità nell’uso delle ICT adeguato alle esigenze del mercato del lavoro;
  • gli adulti con maggiori bisogni formativi sono anche quelli che hanno meno opportunità di accesso alla formazione continua.

II quesito

La partecipazione alla formazione continua varia notevolmente tra i Paesi europei, con livelli mediamente più elevati di quelli del Nord Europa. I fattori che determinano la partecipazione al lifelong learning sono diversi, in particolare:

  • il livello d’istruzione;
  • lo stato di occupazione;
  • il tipo di occupazione;
  • l’età e le abilità possedute.

Gli adulti senza alcuna qualifica o in possesso di qualifiche di basso livello, quelli impiegati in attività che richiedono bassi livelli di abilità, i disoccupati o con bassi redditi, i lavoratori anziani e quelli con bassi livelli di competenze hanno meno probabilità di partecipare a qualche tipo di formazione.

III quesito

A livello politico, mentre l’agenda dei Paesi pone particolare enfasi sull’accesso al lifelong learning da parte degli adulti con livelli bassi di istruzione e di qualifiche, raramente definisce i target e gli obiettivi specifici da raggiungere, cioè nonostante l’accesso all’istruzione e alla formazione da parte di gruppi svantaggiati (giovani, disoccupati, lavoratori anziani, immigrati e
minoranze etniche) sia indicata come priorità, difficilmente le politiche attive per il lavoro individuano strategie specifiche per le capacità di lettura e scrittura e altre abilità di base.

Un fattore che incide sulla possibilità di accesso alla formazione è il costo. In generale, nell’UE esistono diverse forme di cofinanziamento della formazione, quali ad esempio borse di studio, vouchers, prestiti o congedi retribuiti, ma spesso sono destinati a persone che lavorano e, tra queste, a quelle più qualificate.

Passando al caso specifico italiano, nel 2013 il 41,8% degli adulti (25-64 anni) ha completato gli studi secondari di primo grado, mentre il 9,1% ha un livello d’istruzione inferiore. Il 19% degli adulti con bassi livelli di qualifica (cioè in possesso del livello secondario di primo grado d’istruzione) ha partecipato a programmi di formazione, mentre la media europea è DEL 21,9%.
Inoltre, il 27,7% ha un basso livello di abilità di lettura e scrittura, mentre il 37,7% un basso livello di abilità matematiche (livello 1 su una scala da 1 a 5).
Nel 2012 la riforma dell’istruzione degli adulti ha istituito i “centri provinciali per l’istruzione degli adulti” (CPIA) che sostituiscono gradualmente i vecchi “centri permanenti per l’istruzione”, esistenti dal 1997 e che facevano parte delle scuole secondarie di primo grado. A differenza di questi ultimi i CPIA sono centri autonomi che appartengono a network locali, con personale proprio e con autonomia nella gestione dei corsi. La formazione erogata è di 2 tipi: il primo fornisce le competenze di base corrispondenti al livello della scuola secondaria di primo grado, il secondo fornisce le competenze del livello minimo di formazione tecnico-professionale. I corsi sono flessibili e personalizzabili, il 20% del monteore totale può essere seguito online. Al momento, non sono disponibili dati sui partecipanti.

IV quesito

In conclusione, il rapporto sottolinea come l’efficacia delle politiche attive in materia di innalzamento dei livelli d’istruzione e formazione rimanga, in gran parte, una questione aperta. C’è poi da chiedersi se la formazione continua erogata dai servizi pubblici sia sufficiente a garantire l’accesso a tutte le persone che ne avrebbero realmente bisogno.

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