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Capitale sociale e non profit



Nel contesto italiano, alcuni studi hanno focalizzato l’attenzione sulla relazione tra il capitale sociale e le organizzazioni attive nel non profit.
Tra questi, il lavoro Disentangling the relationship between non profit and social capital: the role of social cooperatives and social welfare associations in the development of networks of strong and weak ties di Degli Antoni e Sabatini, pubblicato nei Working Paper del 2013 di EURICSE, analizza l’aumento delle relazioni sociali tra i volontari e i lavoratori delle cooperative sociali e delle associazioni di promozione sociale.

I principali risultati dello studio evidenziano che:

  • In termini assoluti, i lavoratori e i volontari di entrambi le tipologie organizzative dichiarano di aver incrementato le loro reti di contatti;
  • mentre per quanto riguarda i volontari i risultati sono migliori per quelli delle associazioni, in relazione ai dipendenti le interazioni sul posto di lavoro sono equivalenti nelle due tipologie di organizzazioni.

Nello specifico, le imprese cooperative favoriscono l’accumulazione di capitale sociale principalmente in due modi:

  • il loro modello di governance , che comporta una struttura multistakeholder dell’impresa, nei cui consigli di aministrazione sono spesso rappresentati i diversi gruppi, può facilitare la creazione di collegamenti all’interno dell’azienda e tra l’azienda e il suo ambiente;
  • la tendenza dell’impresa a sviluppare attività di networking e di lobbying va generalmente al di là del perseguimento di obiettivi economici e può essere mirata al miglioramento della coesione sociale e del benessere della comunità.

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Nuove forme di cooperazione nel panorama italiano



EURICSE (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises) è un Istituto di ricerca di Trento, che promuove l’innovazione nel campo delle imprese cooperative, sociali e nonprofit per la produzione di beni e servizi.

Nel recente III rapporto EURICSE, dal titolo “Economia Cooperativa: rilevanza, evoluzione e nuove frontiere della cooperazione italiana
vengono analizzati i mutamenti sociali in corso, derivati dalla crisi economica, le modalità di cooperazione emergenti e delineati gli scenari futuri.

Di seguito alcuni aspetti, aprofonditi nel rapporto, che ci sembrano particolarmente interessanti.

Quadro di riferimento

Sempre più, all’interno della sharing economy viene documentata e auspicata la maggiore diffusione di iniziative, quali il coworking, l’impresa sociale, la produzione condivisa, ecc., in settori molto differenti tra loro, in relazione soprattutto alla loro sostenibilità
Si verifica, con sempre maggiore frequenza, la tendenza all’affermarsi di forme organizzative e imprenditoriali, fondate su relazioni di tipo cooperativo, cioè gruppi di persone che insieme gestiscono attività, contribuendo alla loro realizzazione con proprie risorse, secondo logiche di reciprocità e di condivisione dei costi e dei risultati, avendo come finalità la soddisfazione dei bisogni piuttosto che la realizzazione di un guadagno economico.

In questo scenario, il capitale pubblico e il capitale privato non appaiono più nettamente distinti.
Infatti, in molti settori, quali istruzione, sanità e media, le modalità di organizzazione della proprietà non fanno riferimento nè ai modelli dei capitali privati (delle società di capitali) nè a quelli dei capitali pubblici, in cui l’amministrazione decide gli investimenti da fare.

Funzione anticiclica delle cooperative

Nel 2013 sono presenti in Italia circa 70.000 cooperative.
La loro presenza si conferma significativa nel settore agricolo e in alcuni comparti dei servizi, sia di natura privata come il commercio e i trasporti, che pubblica come l’assistenza sociale e la sanità.

Tra il 2008 e il 2014 si attesta per le cooperative:

  • l’aumento della produzione;
  • la crescita, pari al 20%, dei redditi da lavoro dipendente;
  • L’aumento delle posizioni lavorative, rilevato solo in pochi settori (come quello dell’assistenza e sanità), che ha compensato la riduzione di occupati in quelli maggiormente colpiti dalla crisi (industria e costruzioni).

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