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Imprenditoria

Responsabilità sociale d’impresa: conviene alle società di piccole dimensioni?



Con il DECRETO LEGISLATIVO 30 dicembre 2016, n. 254, l’Italia ha recepito la direttiva europea 95/2014 secondo cui le imprese con almeno 500 dipendenti hanno l’obbligo di comunicare informazioni di carattere non finanziario e informazioni sulla diversità.

Più in dettaglio, il decreto prevede l’obbligo di inserire nella relazione sulla gestione una dichiarazione di carattere non finanziario contenente informazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione. Tale dichiarazione deve riportare, tra l’altro, una breve descrizione del modello aziendale dell’impresa, delle politiche applicate dall’impresa su questi aspetti, il risultato di tali politiche, i principali rischi connessi a tali aspetti, gli indicatori fondamentali di prestazione di carattere non finanziario connessi all’attività specifica dell’impresa.

Nonostante alcune grandi società (multinazionali e non) abbiano da anni inserito la responsabilità sociale (RSI) come strategia aziendale, per la maggior parte delle imprese si tratta di una novità assoluta e in molti ritengono che questo apporterà delle modifiche anche a livello di imprese di piccole dimensioni.

La RSI nelle piccole imprese

Imprenditoria

Il capitale umano nelle piccole e medie imprese



In generale, il capitale umano comprende le conoscenze, le abilità e i talenti insiti in ciascuno di noi.

Nello specifico, il capitale umano imprenditoriale è il risultato della combinazione di diverse componenti:

  • le abilità innate;
  • le conoscenze e le abilità acquisite attraverso l’istruzione e la formazione;
  • le conoscenze e le abilità acquisite attraverso l’esperienza o all’interno del contesto familiare;
  • le conoscenze e le abilità assorbite attraverso le relazioni sociali.

L’importanza che ciascuna di queste componenti può assumere, dipende dalle opportunità di mercato, dalle specifiche caratteristiche del settore di riferimento in termini di domanda finale e di tecnologie richieste.
Il quadro istituzionale, cioè il grado di regolamentazione dei mercati, l’effettività delle norme, ecc., sia interno che internazionale contribuisce a determinare i vantaggi competitivi di cui possono godere gli imprenditori.

Imprenditoria

Territori, relazioni industriali e reti di imprese



Secondo il recente report Industrial relations in europe 2014 della Commissione Europea, il dialogo sociale si riferisce a discussioni, consultazioni , negoziazioni e azioni comuni che coinvolgono le organizzazioni che rappresentano le parti sociali (datori di lavoro e lavoratori) . Può assumere due forme principali:

  • tripartito, quando coinvolge le autorità pubbliche;
  • bilaterale, tra datori di lavoro e organizzazioni sindacali, che ha luogo a livello interprofessionale e in seno ai comitati di dialogo sociale di settore.

Le tendenze nelle relazioni industriali, a livello europeo, indicano:

  • una diminuzione lenta ma costante della negoziazione delle retribuzioni dei lavoratori nei contratti collettivi nazionali;
  • il decentramento delle strutture di contrattazione, dalle trattative nazionali o settoriali e molteplici datori di lavoro a singole imprese o luoghi di lavoro.

Tali trend vanno collegati a cambiamenti di lungo periodo, come il ruolo assunto dai territori.

La rivalutazione del territorio

Nello studio di Rullani, contenuto nel volume Crescita, investimenti e territorio: il ruolo delle politiche industriali e regionali del 2014, viene sottolineato come il territorio sia stato rivalutato con la crisi del modello fordista, secondo cui era il territorio ad adeguarsi alle sue esigenze.
Col tempo gli Stati nazionali hanno perso terreno e sono invece emerse come realtà dinamiche e autonome le società locali, che hanno così dato luogo a un processo di frammentazione dei poteri generali di coordinamento e regolazione
Dal 2000 in poi, il ruolo del territorio nello sviluppo è cambiato radicalmente per due ragioni di fondo:

  • per effetto della rivoluzione ICT e dell’apertura dei mercati mondiali (dopo la caduta del muro di Berlino, 1989), una parte sempre più grande della conoscenza impiegata nella produzione ha cominciato a essere trasferita in modo massiccio nei Paesi dotati di maggiori capacità di attrazione, per il lavoro a basso costo, minori regole e imposte, oppure per le capacità di innovazione, relazione o domanda migliori che altrove;
  • nei Paesi che hanno saputo trasferire e replicare nel mondo i loro modelli di prodotto e/o di servizi, oppure che sono stati colpiti marginalmente dalle delocalizzazioni, il fulcro dell’economia è rimasto ancorato alla conoscenza generativa, che si è creata negli specifici territori.

Il sistema italiano, caratterizzato prevalentemente da piccole e medie imprese, ha potuto modernizzare la produzione e i prodotti solo grazie ad una capillare produzione in rete. cioè alle filiere che hanno tenuto insieme centinaia di piccolissimi produttori, ognuno dei quali ha apportato il suo contributo al prodotto finale.
Si è trattato, salvo alcune eccezioni (consorzi, cooperative, ATI), di reti informali, basate su un rapporto di stabile collaborazione e divisione del lavoro tra imprese, che si legano attraverso rapporti interpersonali diretti, contrattualmente poco impegnativi ma ricorsivi e fiduciari.
Oggi queste reti appaiono in crisi: riescono con difficoltà a innovare i loro prodotti o a proiettare ponti di qualche rilevanza verso fornitori, committenti e consumatori finali che stanno nelle filiere globali; stentano anche ad alimentare idee motrici che non siano quelle ereditate dalla storia.

Il quadro di framentarietà e dispersione risulta anche dallultimo rapporto di SecondoWelfare, che, tra i vari temi, si è occupato delle reti di imprese per la conciliazione e la bilateralità, nel territorio del Nord Italia.

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