Welfare sociale e aziendale: è tutto positivo?



Negli ultimi tempi è notevolmente aumentata l’attenzione verso il welfare aziendale. Questo è dovuto sia ai vantaggi fiscali, introdotti con la legge di stabilità del 2016 e con le successive integrazioni, sia al fatto che il welfare aziendale viene considerato uno dei meccanismi sociali grazie ai quali si riattiva il sistema di welfare sociale, ridotto via via a causa dei tagli apportati dai vari governi.
A ben vedere, però, diversi studi, tra cui Vincenti (2018) e il recente Rapporto Censis-Eudaimon, evidenziano una certa diffidenza da parte dei lavoratori nell’adottare tali misure e diverse criticità.
Vediamole meglio nel dettaglio

Sistema di Welfare attuale

Storicamente, il welfare aziendale (o di fabbrica) nasce precedentemente a quello pubblico nell’epoca del boom economico, come libera iniziativa degli imprenditori, che si sentivano in dovere di offrire dei benefici ai dipendenti e alle loro famiglie.
Questa pratica è stata abbandonata nei decenni successivi, in quanto si è sviluppato nei lavoratori un senso di autonomia e autodeterminazione, per cui si ritenevano in grado di poter scegliere per proprio conto e senza il supporto del datore di lavoro i servizi che meglio rispondevano alle loro esigenze. Lo sviluppo di un solido welfare di stato ha contribuito ulteriormente a rendere obsoleta questa prima forma di welfare aziendale.
Oggi, dopo una pesante crisi recessiva e i numerosi cambiamenti demografici, quali bassa natalità e innalzamento dell’età media, il discorso è radicalmente cambiato e, per questo, il nuovo welfare aziendale viene considerato uno dei meccanismi che affiancano quello statale.

Criticità

In questo nuovo sistema, una prima criticità è data dallo sviluppo abnorme del mercato dei cosìdetti fringe benefit, cioè l’insieme di prodotti e servizi alternativi al denaro, come le convenzioni per cinema, palestre, ecc., che costituiscono un insieme piuttosto variegato e frammentato, spesso distante dal significato originario di welfare.
Il rischio è quello del downgrading, cioè perdere di vista l’obiettivo principale della tutela sociale dei lavoratori, in favore di un insieme di beni e servizi commerciali, che soddisfano bisogni immediati e lasciano irrisolti i problemi più gravi delle famiglie.

Inoltre, uno dei principali problemi del mercato è dato dalle retribuzioni troppo basse. Un sistema di welfare basato sui benefit non comporta, infatti, un aumento retributivo. Se nell’imediato le persone acquisiscono dei vantaggi, nel lungo periodo e soprattutto nei casi di impieghi precari tra un lavoro e laltro, corrono un rischio elevato di ritrovarsi senza alcuna copertura economica non avendo, nel frattempo, messo da parte alcun risparmio.
la rinuncia agli aumenti salariali in cambio delle misure di welfare, ha un peso anche sui versamenti previdenziali, in base ai quali verrà calcolata la pensione.

L’incentivo fiscale della detraibilità favorisce le politiche di welfare solo tra i lavoratori dipendenti, che hanno la fortuna di lavorare in un’azienda che decide di adottare tali pratiche.
Rimangono così escluse tutte quelle famiglie che non hanno un componente con un rapporto di lavoro come dipendente.
Se, poi, il welfare dovesse effettivamente essere gestito esclusivamente dalle imprese, oltre alle famiglie escluse, quelle che volessero avvalersi di questo tipo di servizi, ne troverebbero pochi o di bassa qualità.

Il linguaggio adottato fa spesso riferimento al wellbeing dei lavoratori, sottolineando l’aspetto individuale del benessere, quantificandolo in termini economici. In questo modo, oltre a essere esclusa la sfera dei diritti sociali, i consumi del lavoratore diventano oggetto di contrattazione.

Si pongono, a questo punto, anche i problemi della tutela della privacy. Se da un lato alcuni operatori si sono posti il problema, dall’altro quanto è tutelato il lavoratore che usufruisce di una determinata prestazione sanitaria o si avvale di benefit che riguardano la sfera personale (per esempio l’appartenenza a una data religione minoritaria)?

Infine, la privatizzazione dei servizi comporta il rischio di non disporre di una regolamentazione degli standard adeguata alle aspettative.

In conclusione

Tra le iniziative che andrebbero adottate, vi sono dunque la selezione di operatori in grado di:

  • verificare che i servizi erogati siano in linea con gli standard di qualità attesi;
  • promuovere reti territoriali o interaziendali;
  • orientare la domanda verso pacchetti di servizi di welfare propriamente detto, rispetto a consumi immediati.

Sarebbe opportuno, inoltre, superare la forma di welfare fiscale e premiale, utile sicuramente nella fase di avvio, perché riflette nell’accesso al welfare le differenze retributive.

Infine, il welfare aziendale non può costituire una soluzione al problema delle disparità retributive, che dovrebbero essere oggetto di politiche mirate, sia all’interno che all’esterno delle imprese.

Iscriviti alla newsletter

Add a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Iscriviti alla newsletter bisettimanale. Riceverai:

Iscrizione Newsletter