La Legge 141/2015 promuove l’Agricoltura Sociale (AS) quale forma di multifunzionalità delle imprese agricole (capacità di fornire funzioni multiple, non legate esclusivamente alla produzione di beni alimentari), dàndo avvio allo sviluppo di interventi e di servizi sociali, socio-sanitari, educativi e di inserimento lavorativo, con la finalità di facilitare l’accesso alle prestazioni essenziali alle persone, alle famiglie e alle comunità locali in tutto il territorio nazionale e, in particolare, nelle zone rurali e/o svantaggiate.
Nel rapporto dello studio Farmimg for health, curato da Daniela Pavoncello – ricercatrice INAPP (già ISFOL) – sono raccolte, sistematizzate e approfondite, per la prima volta, le esperienze di agricoltura sociale presenti sull’intero territorio italiano. Obiettivo specifico dello studio è quello di individuare le realtà che hanno coinvolto le persone con disabilità.
In generale, i risultati evidenziano che l’adozione della multifunzionalità, in linea con i principi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, costituisce una modalità efficace di riabilitazione e inclusione, oltre che un’opportunità economica per lo sviluppo sostenibile dei territori.

Diffusione dell’agricoltura sociale nell’UE

A livello internazionale l’AS viene denominata in diversi modi, tra cui “Farming for Health”, “Green Care” e “Social Farming” che, mentre da una parte delineano un filo conduttore comune, dall’altra riguardano ambiti di applicazione e logiche di funzionamento a volte molto diversi.
Lo studio rileva due distinti modelli di AS, entrambi basati sul principio di sussidiarietà.
Nel modello nord e centro europeo, l’AS fa leva sull’interazione tra soggetti pubblici, come istituzioni socio-sanitarie e sistemi assicurativi, che attivano servizi assistenziali caratterizzati da alta flessibilità e personalizzazione.
Nel modello del Sud Europa e in parte anglosassone, l’imprenditoria privata e quella sociale tendono a organizzare un’offerta territoriale nella quale, accanto all’azione pubblica, si realizzano attività di coproduzione di beni pubblici e privati, seguendo logiche e principi economici, sociali e di economia civile.

Diffusione dell’agricoltura sociale in Italia

L’indagine quantitativa dello studio ha coinvolto in totale 1197 organizzazioni, da cui sono stati estratti i dati riguardanti le strutture agricole che al loro interno coinvolgono persone con disabilità. Al questionario strutturato somministrato con il metodo CAWI, hanno risposto 411 operatori.

Tipologia giuridica, attività, disabilità

Le cooperative sociali rappresentano il 46% del totale degli attori che hanno risposto al questionario, seguite dalle aziende individuali (19%), dalle società e dalle organizzazioni del Terzo settore (12%), mentre gli enti pubblici e le altre forme di cooperative sono meno frequenti (rispettivamente 6% e 5%).

Le organizzazioni coinvolte realizzano più di una delle attività di AS indicate nella Legge 141/15: quella che risulta più diffusa è l’inserimento socio-lavorativo (di cui si occupa oltre il 70% del totale), seguita dai progetti di educazione ambientale e alimentare, salvaguardia della biodiversità e diffusione della conoscenza del territorio (49% circa), dalle prestazioni e dai servizi che affiancano e supportano le terapie (44%) e dalle attività e i servizi per le comunità locali (41%).

Di particolare rilievo è la partecipazione delle persone con disabilità intellettive (compresi i disturbi psichici), con una percentuale significativamente più alta rispetto alle altre disabilità, pari al 73,7%, che sommato a quello delle persone con disturbo dello spettro autistico raggiunge l’84,8%.

L’inserimento lavorativo viene attivato secondo diverse modalità:

  1. – borsa lavoro (24%);
  2. – tirocinio (22,9%);
  3. – socio lavoratore (22,9%);
  4. – dipendente (21,9%).

Lo studio, in linea con ricerche precedenti, rileva l’approccio inclusivo dell’AS italiana, a differenza di quanto avviene nei Paesi nord europei, in cui prevale invece un approccio terapeutico.

Le forme contrattuali flessibili, in particolare quelle di tipo stagionale, sono quelle più diffuse, anche se nel 22% dei casi sono state costituite cooperative di tipo B, in cui tra i soci sono incluse persone con disabilità.

Infine, in merito alla percezione delle ricadute positive delle attività di AS, il 58% degli intervistati fa riferimento all’innovazione sociale, il 50% allo sviluppo territoriale e il 48% alla responsabilità sociale.

Criticità

La maggior parte degli intervistati indica, quale aspetto problematico, la scarsità di risorse finanziarie e la poca conoscenza dell’AS da parte dei funzionari pubblici, degli imprenditori agricoli e degli operatori socio-sanitari; circa la metà evidenzia la difficoltà a progettare iniziative innovative e sostenibili.

In sintesi, le difficoltà emerse riguardano:

  • il relazionarsi con i servizi pubblici del territorio;
  • l’individuazione di competenze e professionalità adeguate;
  • il passaggio da mera rete territoriale alla creazione di sistemi locali di AS, con tutti gli attori del mondo agricolo.

In conclusione

Negli ultimi anni l’aumento delle esperienze di AS ha costituito una delle possibili soluzioni alla crisi socio-economica, che inevitabilmente ha riguardato in misura maggiore le fasce più deboli della popolazione.
Le modalità con cui si avviano i progetti di AS sono molto variegati e, spesso, creativi.
Sicuramente, l’incontro tra il terzo settore, il mondo agricolo e la sfera dei servizi sociali pubblici rappresenta un valido esempio di innovazione sociale che apre nuovi scenari per l’inclusione lavorativa.
Le attività di AS si inquadrano nel più generale contesto del welfare di comunità, cioè delle forme di welfare partecipativo in cui entra a pieno titolo anche il terzo settore, sebbene negli ultimi anni il ruolo della società civile sia stato progressivamente ridimensionato.
A questo si aggiunge il fatto che, purtroppo, l’integrazione socio-sanitaria prevista da almeno un decennio in tutte le pianificazioni di tipo sanitario e sociale (locali e regionali), di fatto rimane incompiuta. E’ evidente che tale integrazione non può avvenire solo all’interno delle istituzioni, ma per essere efficace ha bisogno di coinvolgere i territori, compresi tutti gli attori presenti e operativi.
L’AS può essere un valido strumento per portare a compimento tale processo, come confermato anche dalla sua nascita ed evoluzione.
Infatti, le iniziative di AS sono nate in Italia, in modo spontaneo, per la libera iniziativa di aziende agricole che offrivano ai servizi sociali la disponibilità ad accogliere persone con disabilità o svantaggiate, oppure con la costituzione di cooperative sociali per l’inserimento lavorativo in agricoltura. In seguito sono state avviate le fattorie sociali che, però, esprimono un modello di inserimento socio-lavorativo ancorato alla logica del “servizio” assistenziale. Questo, conclude il rapporto, indica che la strada da percorrere per fare il salto di qualità verso un modello di welfare di comunità realmente inclusivo e innovativo è ancora lunga.

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