Il fattore umano



Romano Benini, autorevole esperto di mercato del lavoro in Italia, parteciperà come relatore al convegno “Disability & Diversity Management: Ricerche, Esperienze e Prospettive a Confronto”, che si terrà a Roma il prossimo 22 novembre, con una relazione dal titolo “La diversità tra la motivazione del lavoratore e la competitività dell’impresa”.
Insieme a Maurizio Sorcioni, è coautore del programma RAI “Il posto giusto” e di diversi libri, tra cui Il fattore umano, edito nel 2016 da Donzelli, di cui proponiamo una recensione.

cover fattore umano

Obiettivo del libro è il tentativo di spiegare le ragioni di fondo delle difficoltà attuali del mondo del lavoro in Italia. Partendo dai dati e dai cambiamenti economici e sociali nazionali e internazionali degli ultimi dieci anni, il testo propone un’analisi della situazione nell’Unione Europea, un confronto tra il sistema del mercato del lavoro italiano e quello tedesco, un esame critico e approfondito della situazione italiana e delle possibili soluzioni ai problemi più gravi.

Le due tesi di fondo sostenute dagli autori sono:

  • l’investimento nello sviluppo umano è il principale fattore anticrisi e di promozione dello sviluppo;
  • la presenza di un ambiente adatto al lavoro determina la domanda e crea le condizioni per l’economia e non il contrario, come spesso si pensa.

Situazione europea

L’Unione europea non ha potere decisionale sulle condizioni di vita e di lavoro dei cittadini, ma può incidere solo indirettamente o tramite le “raccomandazioni” nei confronti degli Stati membri. Infatti, i vincoli imposti dall’UE riguardano pochissimi aspetti, tra cui i parametri e i limiti del debito pubblico e la regolazione della concorrenza.
Questo costituisce il principale elemento di debolezza, per cui le istituzioni europee vengono percepite per lo più come un peso e non come punto di forza per la vita dei cittadini.
Dalle analisi comparate emerge come i Paesi Europei che hanno superato più facilmente la crisi economica abbiano adottato fondamentalmente due tipologie di politiche:

  • il rafforzamento dei fattori e delle regioni più in difficoltà, al fine di determinare condizioni di sviluppo più omogenee;
  • la promozione della capacità d’agire delle persone – in particolare negli ambiti della salute, della formazione e del lavoro -, come elemento essenziale della competitività.

I Paesi che non si sono allineati con queste politiche, tra cui l’Italia, hanno ridotto notevolmente la loro capacità di competere.

Modello tedesco

Gli autori individuano 10 aspetti principali che caratterizzano il modello tedesco. Tra questi si annoverano:

  • Relazioni sindacali. Il modello è quello del partenariato sociale, con la collaborazione tra Stato, regioni, enti locali e sindacato nella programmazione delle politiche del lavoro e nella tutela dei diritti dei lavoratori. La logica è di tipo collaborativo e non conflittuale, per cui è diffusa la gestione aziendale partecipata.
  • Incentivi alle assunzioni. Sono molto limitati per le imprese, in quanto non esiste la logica dello sgravio fiscale per chi assume, ma si fa ricorso ai voucher per le agenzie che inseriscono un disoccupato.
  • Ammortizzatori sociali. Esiste un’indennità di disoccupazione generale per tutti i lavoratori dipendenti, a cui si aggiunge un salario di cittadinanza per le persone in difficoltà. Sono stati introdotti sistemi di integrazione salariale, come la cassa integrazione per le aziende in ristrutturazione. Al disoccupato che non accetta la proposta del servizio per l’impiego o di reimpiego con voucher, viene tolto l’assegno.
  • Politiche attive, tra cui orientamento e formazione, ricollocazione, ecc, su cui la Germania ha investito tantissimo.
  • Governance, con la presenza di un’unica Agenzia Federale per l’impiego.
  • Sistema duale scuola-lavoro, da cui ha preso spunto anche la riforma italiana.

In Italia

Gli autori sottolineano come il problema del lavoro in Italia non riguardi solo l’andamento dell’economia, ma dipenda soprattutto dal modello di sviluppo adottato, che attribuisce scarsa importanza alla promozione del fattore umano.

Inoltre, il calo della produttività dipende dal ritardo dell’economia italiana rispetto ai fattori produttivi legati all’innovazione e al capitale umano, e non dalla quantità delle ore lavorate:
Nel nostro Paese la produttività è cresciuta poco perché è legata principalmente alla base occupazionale, che determina una crescita limitata e che da alcuni anni è sostanzialmente ferma.

Gli autori evidenziano sei problemi chiave del mercato del lavoro italiano:

  • gli effetti della crisi sull’occupazione, più gravi in Italia rispetto alla media europea;
  • i limiti nei processi di attivazione della popolazione in età da lavoro, particolarmente gravi per i giovani e le donne;
  • la scarsa partecipazione a programmi di formazione iniziale e continua per occupati, disoccupati e inattivi;
  • la contrazione degli investimenti in politiche attive nella lunga fase di crisi, con un forte squilibrio tra politiche attive e passive;
  • la difficoltà di implementazione delle riforme del mercato del lavoro che si sono succedute, legata a una sostanziale sottovalutazione del ruolo delle politiche attive;
  • i limiti del processo di decentramento amministrativo avviato nel 1997 (legge Bassanini), con il trasferimento alle regioni di gran parte delle competenze in materia di politiche attive, che, soprattutto al Sud, non ha portato a risultati soddisfacenti, in termini di qualificazione delle risorse umane e riduzione dei tassi di disoccupazione di lunga durata.

Prospettive future e conclusioni

La riforma del mercato del lavoro tramite il Jobs Act, che prevede l’istituzione dell’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) e l’estensione delle forme di sostegno al reddito, può rappresentare una leva per sostenere la possibile ripresa della domanda di lavoro e aumentare i processi di attivazione di chi è più svantaggiato.
Inoltre, la revisione del Titolo V della Costituzione, con il superamento delle competenze concorrenti in materia di politica del lavoro e un rafforzamento del ruolo dello Stato, dovrebbe garantire una migliore capacità di governance sia delle politiche attive sia dei fondi strutturali favorendone la piena utilizzazione. Il caos di competenze e responsabilità tra lo Stato e le Regioni è uno dei principali ostacoli al cambiamento (riforma rinviata a causa del fallimento del referendum del 2016, ndr).

Infine, in italia le politiche per il lavoro si sono concentrate di volta in volta su singoli interventi, per esempio sugli sgravi fiscali, sul costo del lavoro, sulla flessibilità dei contratti o sulla lotta al lavoro nero. Questa parzialità non ha consentito di creare il necessario valore aggiunto perchè il sistema che ruota attorno al lavoro si sviluppasse, creando un ambiente adeguato per la formazione e l’organizzazione delle competenze.

Altre risorse su questo argomento sono reperibili sul database

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