Se ai tempi del coronavirus le persone anziane vengono citate, purtroppo, solo per aggiornare i dati sulle vittime, più in generale e al di là della situazione attuale, si fa riferimento a questa parte della popolazione per indicare i costi elevati del sistema sanitario, di quello pensionistico e del welfare, mentre molto difficilmente viene considerata unarisorsa per la società.
Di questi aspetti trattaAshton Applewhite nel libro “This chair rocks: A manifesto against ageism”, pubblicato negli States nel 2019. Partendo da stereotipi e pregiudizi che determinano molti nostri atteggiamenti e comportamenti, attraverso i nove capitoli del libro l’autrice offre uno spaccato delle condizioni delle persone anziane negli USA, considerando numerosi aspetti dell’invecchiamento, dall’identità personale alla salute fisica e mentale, passando per la sessualità, il fine vita e il lavoro.

Ageism

Il suffisso “ismo” aggiunto alle parole età (in inglese “age”), razza, sesso, ecc. spiega l’autrice – indica delle idee socialmente costruite, ossia inventate da noi e suscettibili a mutamenti nel tempo.
Come ogni discriminazione, l'”ageism” è legittimato e sostiene le disparità tra i gruppi, in questo caso, tra i giovani e i non più giovani. Diversi tipi di discriminazione interagiscono tra loro, creando strati di oppressione nella vita di singole persone e gruppi. L’oppressione è riflessa e rafforzata dalla società attraverso i sistemi economici, legali, sanitari, commerciali e di altro tipo, con cui ognuno di noi si confronta nella vita quotidiana.
Tutti tendiamo a riprodurre tale stigma.

Allo stesso modo del razzismo e del sessismo, l’ageism non riguarda ciò che siamo realmente, ma il significato attribuito da chi detiene il potere.
Ageism è quando un gruppo, per esempio politico, pubblicitario o agenzia per il lavoro, usa la sua posizione dominante per opprimere, sfruttare, mettere a tacere o semplicemente ignorare le persone che sono molto più giovani o significativamente più anziane.
Sperimentiamo forme di ageism ogni volta che qualcuno presume che siamo “troppo vecchi” o troppo giovani per fare qualcosa – un compito, una relazione, un taglio di capelli – invece di capire chi siamo e di cosa siamo capaci.

Esempi di ageism si trovano dovunque: alla TV, negli ospedali e negli hotel, a cena e in metropolitana.
Quando dei vecchi amici rabbrividiscono nel parlare pubblicamente della lunga durata della loro conoscenza, anziché provare piacere per la condivisione dell’esperienza.
Quando uomini e donne si sentono in dovere di mentire sulla loro età sui siti di incontri online.
quando su un poster che annuncia la ristrutturazione di una stazione della metro si legge: “All’età di 80 anni, chi non ha bisogno di un restyling?”

Ageism sul posto di lavoro

Nel VI capitolo del libro l’autrice spiega come il fenomeno dell’ageism impedisca ai lavoratori più anziani di trovare un lavoro stimolante adeguato alle loro competenze relegandoli, troppo spesso, a lavori che non sono in grado di trarre vantaggio dalle loro capacità ed esperienze.
L’ageism rende anche più difficile per gli anziani trovare posizioni part-time. Scoraggiati e sminuiti, molti rinunciano a cercare lavoro, diventando economicamente dipendenti da sussidi pubblici, contribuendo all’errata percezione che gli anziani siano un peso per la società.

Alcune tra le credenze più diffuse sulle abilità e le condizioni di salute dei lavoratori anziani in cerca di occupazione sono:

  • non riescono a padroneggiare nuove competenze;
  • non sono creativi;
  • non sono in grado di far fronte allo stress;
  • Rallentano le cose;
  • perdono il lavoro a causa di malattia<;
  • non sono in grado di compiere lavori che richiedono sforzo fisico.

A ben vedere, nessuno degli stereotipi negativi regge alla verifica empirica.
I pochi studi disponibili sui loro punti di forza, mostrano che gli anziani non sono meno motivati o affidabili dei colleghi più giovani, né più vulnerabili alle responsabilità familiari.
Solo lo stereotipo secondo cui in media hanno meno probabilità di impegnarsi nello sviluppo della carriera trova un riscontro empirico. Questo, però, molto probabilmente riflette il fatto che quasi tutti i programmi di formazione sono destinati ai dipendenti più giovani.

Per la generazione nata negli USA dopo la seconda guerra mondiale, rimangono relativamente pochi anni per poter recuperare i deficit finanziari legati alla grande recessione, senza contare che molti di loro erano già vulnerabili da prima. Appena il 50% ha risparmiato abbastanza per soddisfare i bisogni pensionistici di base negli anni 80′ e 90′ del secolo scorso, e la metà non crede di essere in grado di andare in pensione. Questo è certamente uno dei motivi per cui i tassi di occupazione delle persone tra 60 e 69 anni sono più alti che mai.

La situazione è significativamente più grave per le donne, che hanno ancora meno probabilità di avere abbastanza denaro risparmiato per la pensione.
Infatti, sono più propense degli uomini a uscire e rientrare nel mercato del lavoro, col risultato di disporre di prestazioni previdenziali significativamente inferiori. Vivono più a lungo e guadagnano meno. Gli effetti del divario salariale di genere – 80 centesimi per ogni dollaro guadagnato dalle controparti maschili – inizia presto e si accumula nel tempo.
Il problema è ulteriormente aggravato dall’etnia e dalla classe sociale di appartenenza, con le donne afroamericane che in genere guadagnano solo 63 centesimi, quelle di origine latino-americana solo 54 centesimi e le donne native americane solo 58 centesimi per ogni dollaro pagato a uomini bianchi non ispanici.

Non è solo una questione economica

Quando sono ben inseriti e gestiti, i dipendenti più anziani rappresentano un patrimonio enorme per le imprese di ogni tipo. Tendono, infatti, a possedere basi solide di conoscenza, una preziosa esperienza, nonché capacità interpersonali affinate, un migliore giudizio e una prospettiva più equilibrata.

I lavoratori più anziani non portano via il lavoro a quelli più giovani

Il ragionamento secondo cui i lavoratori più anziani traggono necessariamente profitto a spese di quelli più giovani sembra logico, per le persone di tutte le età e le convinzioni politiche.

Esiste un problema strutturale, che riguarda il fatto che non ci siano lavori a sufficienza.
Invece di impegnarsi per trovare soluzioni eque, tuttavia, le aziende sfruttano il problema mettendo gli impiegati più vecchi e più giovani l’uno contro l’altro, come hanno fatto i produttori del primo 900 con lavoratori di diverse etnie o nazionalità e come fanno oggi Walmart e Amazon tra i dipendenti sindacalizzati e non. In una società capitalista che legittima le discriminazioni per età, in cui i profitti aziendali vengono prima, queste tattiche non vengono contestate.

D’altra parte, però, la quantità e la natura del lavoro non sono fisse. Altrimenti l’espansione della forza lavoro femminile nel ventesimo secolo avrebbe lasciato in strada un numero consistente di uomini, ma non è andata così.
In un mercato del lavoro solido, il che è abbastanza in dubbio nel contesto attuale, i benefici riguardano
i lavoratori di tutte le età. Avere più stipendi genera maggiori entrate fiscali, mentre il talento maturo è prezioso.

Una popolazione che invecchia comporta anche nuove opportunità di lavoro innovativi, che coinvolgono la collaborazione intergenerazionale. I lavoratori più anziani sono in genere più bravi a vedere il quadro generale e possono attingere alle conoscenze istituzionalizzate, mentre i giovani hanno probabilmente un vantaggio quando si tratta di individuare nuove tendenze e integrare la tecnologia.

La discriminazione in base all’età ha dei costi per le imprese ed è in aumento

La discriminazione nell’età moderna influisce sulla produttività e sui profitti. Quando gli anziani sono costretti a uscire o incoraggiati ad accettare il pensionamento anticipato, le aziende perdono alcuni dei loro migliori lavoratori e insostituibili memorie aziendali.

Non è facile dimostrare che la discriminazione sia basata sull’età
Sfortunatamente, ci sono molti modi per discriminare in base all’età con grande sottigliezza. Il rilevamento è molto complicato, l’azione penale ancora di più. E quando i tempi sono difficili, le interruzioni del mercato del lavoro rendono più difficile discernere l’effettiva discriminazione dai tagli che colpiscono allo stesso modo gli anziani e i giovani.

Nel bene e nel male, il “pensionamento” sta diventando obsoleto, in una società che invecchia.
I lavoratori anziani necessitano di maggiore flessibilità
Il “pensionamento per fasi” è un percorso intermedio che consente di ridurre le ore di lavoro, un orario di lavoro flessibile e di riscuotere le prestazioni di vecchiaia, il tutto in cambio di una busta paga più leggera.

Anche quello non retribuito è lavoro

Quasi tutte le persone anziane sono produttive, nel senso più ampio del termine di contribuire alla società senza retribuzione per chiese, ospedali, enti di beneficenza, scuole e altre organizzazioni, o aiutare amici e parenti con assistenza all’infanzia, lavori d’ufficio e domestici.
Anche se non viene riconosciuto, gli anziani sono un’enorme fonte di spesa legata ai consumo e produttività economica.

Oltre l’ageism

Nell’ultimo capitolo del libro, l’autrice propone alcune soluzioni per migliorare le condizioni di vita delle persone anziane.

Il primo step è riconoscere i propri pregiudizi.

Il passo successivo è più difficile e consiste nel sottolineare i comportamenti o gli atteggiamenti stereotipati verso gli anziani da parte delle altre persone.
Educare gli altri, con gentilezza e delicatezza, da avvio al cambiamento sociale. Anche il silenzio a volte può avere la forza di una sanzione.

Ecco alcuni suggerimenti che fornisce l’autrice:

  • Cerca di scoprire in che modo discrimini gli anziani, invece di cercare prove che non lo fai.
  • Se non sei sicuro che qualcosa costituisca una discriminazione per età, pensa se lo stesso linguaggio o immagine sarebbero appropriati nel caso in cui la situazione coinvolgesse qualcuno di tua conoscenza (più anziano o più giovane).
  • Non dare per scontato che le persone anziane non abbiano dei pregiudizi verso se stessi. Molti accettano la condizione di “seconda classe” come naturale.
  • Non fare i complimenti a una persona anziana dicendole che è “diversa” – più bella, più forte, più elegante – delle altre persone della sua età.
  • Prendi le distanze dalle visioni medicalizzate o romanzate dell’invecchiamento.
  • Non usare “ancora” quando descrivi un’attività di routine, perché suggerisce che l’attività attribuisce alla persona un valore anomalo rispetto agli altri. Per esempio, non dire “ancora guidi”, oppure “ancora vai in palestra”, ecc. Sono attività che le persone anziane fanno normalmente.
  • Evita un linguaggio incentrato sui giovani come “giovane nel cuore” o “giovane per i tuoi anni”. Usa invece descrittori specifici come “giocoso”, “pieno di energia”, “carismatico” o “entusiasta”, che sono indipendenti dall’età.
  • Utilizza “capacità”, non “incapacità”. Parla con una persona anziana come faresti con una persona giovane. Offri aiuto se sembra appropriato, ma non insistere.
  • Non dare per scontato che l’ageism sia rilevante solo per le persone anziane, perchè riguarda tutti.

L’autrice individua, inoltre, alcuni atteggiamenti difensivi nei confronti dell’ageism, utilizzati per evitare disagi o conflitti. Tra questi:

  • Pensiero globale: va bene così perchè tutti la pensano così.
  • Razionalizzare: “Stavo solo scherzando. Non intendevo ferire i sentimenti di nessuno “. Questo può essere vero, ma il discorso negativo ha un effetto. Non conta l’intenzione.
  • Minimizzare: “La discriminazione per età non è grave quanto il razzismo o il riscaldamento globale, quindi dove sta il grosso problema?” Questo semplicemente devia la conversazione.

Questi comportamenti evasivi mantengono lo status quo.
Quando li affrontiamo non è con l’obiettivo di “ottenere il punto” rispetto all’avversario, dal momento che essere conflittuali in genere porta le persone a reagire in modo negativo, ma con quello di offrire una nuova prospettiva.

Si tratta, conclude l’autrice, di valorizzare tutte le diversità: genere, disabilità, etnia, ecc., compresa l’età.
Tutti, indipendentemente dall’età e dall’estrazione sociale, dovremmo impegnarci per costruire una società adatta a tutte le età, ospitale per i passeggini quanto per le sedie a ruote.
Al suo interno, i cittadini riconoscono e rispettano le differenze di età, si collegano tra loro e rifiutano di entrare in conflitto gli uni con gli altri. Inoltre, tutti analizziamo le strategie che le persone mettono in atto man mano che invecchiano, ascoltiamo ciò di cui hanno bisogno e che desiderano e lavoriamo per una società in cui prepararsi per la fase avanzata della vita. Questo è uno sforzo collettivo oltre che individuale.

In conclusione

Libro molto bello

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